Scrivo per comunicarvi la fine della mia presenza in questo spazio web.
Non mi dilungherò oltre questo :
"Il sogno per sempre svanì!
Nella sera piovosa
il mio cuore apprende
la tragedia dell'autunno
che gli alberi mostrano in terra.
E nella dolce tristezza
del paesaggio che muore
le mie voci si infransero.
Il sogno per sempre svanì.
Per sempre! Dio mio!
Sta cadendo la neve
sul deserto campo
della mia vita,
e teme
l'inganno, che va lontano,
di gelarsi o perdersi.
Come me lo dice l'acqua
che il sogno per sempre svanì!
Il sogno è infinito?
Lo sostiene la nebbia,
e la nebbia è soltanto
stanchezza della neve.
Il mio ritmo va narrando
che il sogno per sempre svanì.
E nella sera brumosa
il mio cuore apprende
la tragedia dell'autunno
che gli alberi mostrano in terra."
Autunno - Federico Garcia Lorca.
Non posso dire tutto quello che penso
non posso fare tutto quello che voglio
non posso esaudire i miei desideri
la condizione in cui mi trovo e' proprio
fuori dal tempo
non posso dire solo stupide frasi
anche se per caso mi piacessero i fiori
non e' detto che io debba fare il fiorista
il questionario dei tre giorni e' proprio
fuori dal tempo
i professori sono quasi tutti
fuori dal tempo
mi piace la gente vivace, non amo chi tace e acconsente
avete per caso gia' fatto i tre giorni?
io personalmente preferisco la gente insana di mente
non posso esternare i pensieri strani
non posso detestare liberamente
anche se a volte avrei buone ragioni
il questionario dei tre giorni e' proprio
fuori dal tempo
i professori sono quasi tutti
fuori dal tempo
mi piace la gente vivace, mi piace la gente sincera
ma anche quella che mente
penso che praticamente sia bella la gente
insana di mente
la condizione in cui mi trovo e' proprio fuori dal
la condizione in cui mi trovo e' proprio fuori dal tempo
Bluvertigo - Fuori dal Tempo
Metallo Non Metallo (1997)
io
davvero
mi
sto
sentendo
lentamente
morire
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/monet/1.html
Hanno sfregiato il quadro di Monet al Museo d'Orsay.
Mi sento male.
Come si fa a inseguire un sogno quando non si crede più in esso?
E' forse soltanto la flebile eco di una speranza ormai sepolta che ci spinge ad andare avanti, o solo forza di inerzia?
Quand'è che un sogno diventa progetto, e il progetto soltanto l'unica soluzione possibile? Se si vive e si cresce con un unico obiettivo fisso in mente non c'è forse il rischio che questo si trasformi in un vicolo cieco?
E la determinazione è sempre alimentata dal desiderio e dalla passione, o è solo un' etichetta che ci siamo autoimposti? E se il futuro incerto pesa come una spada di Damocle sulla nostra testa, fino a che punto può sopravvivere l'entusiasmo?
E quanto male può fare rispondere alle domande rituali della gente, quando nell'anima rimbomba la consapevolezza del fatto che in realtà non si tratta più risposte, ma di frasi fatte?
E' come se continuamente inviassi messaggi di aiuto ai muri.
Così, nel rileggersi ci si sente ancora più stupidi.
La sofferenza è scivolata nella lascivia delle mie serate alcoliche, che rimbombano ancora tra i suoni rockeggianti e danzosi in un ciceroniano o tempora o mores inducendomi ad una crisi, l'ennesima, da quando sono qui a Milano, la città da bere.
La stupidità, o meglio: il senso di stupidità, non scivola, è la boa che nel mare in tempesta vedi e non vedi, ma che c'è, ed è tutt'altro che un'ancora di salvezza.
Forse è un gioco: perdere se stessi per ritrovarsi identici, e forse volersi un po' più bene, ciononostante rileggere brucianti parole che sempre io avevo scritto... quando?: Esattamente due mesi prima dell'evenit...
...fa un certo effetto.
Finisco oggi, nel non aver creduto alle mie stesse parole, per sentirmi Cassandra di me stesso, esponenzialmente stupido e -se volete- ingenuamente masochista.
Cosa mi aveva spinto a -in realtà non tanto profetiche- parole che nascevano dall'ovvietà dell'analisi razionale se poi -non credendovi convintamente- le ho completamente dimenticate?
Pensare per dimenticare non invalida l'uso della mente a favore di un istinto scellerato?
Freud parla della rimozione come dell'operazione inconscia che tende a respingere eventi e immagini che hanno inciso su di noi in modo traumatico, non è allora possibile che esista anche una più ingenua, frivola e sentimentale forma di rimozione che ci induce ad ignorare l'ovvietà delle parole proprie e di chi, come i proprio amici, vuole il nostro bene?
Sicuramente si, e basta ricordare tutte le volte, ed è capitato a tutti, che qualcuno ci dice che sentiamo e vediamo solo ciò che vogliamo vedere e sentire.
Non è rimozione, ma autolesionismo. E questo spiega perché in fin dei conti cadiamo sempre negli stessi errori.
Esiste una cura allora?
La consapevolezza della propria stupidità è penso uno star più che sufficiente.
Stamattina, dopo l'ennesima notte insonne trascorsa oscillando tra incubi e pensieri malinconici, mi sono alzata presto. Non ho trovato il caffè pronto: tira aria di bufera con mia madre. Ho sofferto notando l'assenza della mia macchinetta miracolosa e invidiata, di quelle che - non si spiega il perchè - rendono un caffè migliore di quello del bar (persino di bar quali il St. Moritz, in cui un semplice caffè costa 1.30, ma comunque). Dopo aver constatato che l'umore della sera precedente non si rivelava propenso a migliorare, ho tirato fuori la vecchia caffettiera, e ho preparato la mia droga alla vecchia maniera. Ho percepito un brivido attraversarmi il corpo, e mi sono trovata costretta a realizzare che la mia maglietta - camicia da notte dei Muse risultava ormai troppo leggera per affrontare la notte, chiaro sentore della possibilità di tornare a dormire nella mia piccola stanzetta, che le alte temperature mi costringono ogni anno ad abbandonare a causa dell'assenza di aria circolante all'interno. Seconda decisione della giornata: rifare il mio vecchio letto. Seconda constatazione: decisamente la mia stanza versava in condizioni pietose da mesi. Strati di polvere spessi quanto una mano, libri vari buttati in ogniddove, vestiti sparpagliati, letto distrutto ( causa: la mia adorata gatta), testi universitari e non, fogli e documentazioni varie sparpagliati sulla piccola e infima scrivania. Non sono mai stata una persona ordinata, ma neanche disordinata ai livelli che mi trovavo davanti (soprattutto per quanto riguarda i libri, che ho sempre posizionato con una fobia maniacale). Allora mi sono detta : "Per vivere meglio, devo rendere almeno il mio spazio vivibile" (viva il perbenismo borghese). Scopa e straccio in mano, ho svuotato la mia stanza. Interamente. Ho riempito tre sacchi di spazzatura di roba. Io, che fino a pochi mesi fa faticavo a separarmi dalla cicca di sigaretta regalatami dal mio amore di infanzia, io, che ho sempre conservato qualsiasi tipo di cianfrusalgia, io, cultrice del passato per eccellenza, ho sfogato la mia frustazione e la mia rabbia distruggendo tutto, per quattro ore intere. Pupazzi, foto appese ai muri, letterine delle amiche in tenera età, ritagli di giornale, cd, quadernoni, fotocopie, conversazioni in chat stampate, vecchi disegni, antichi poster, regali mai consegnati, orecchini mai indossati, ticket di metropolitane e bus vari, cornici rotte...niente è stato risparmiato.
E nella mia testa i Radiohead urlavano:
Don't leave me high, don't leave me dry
Don't leave me high, don't leave me dry...
Ho spolverato ogni singolo angolo della mia camera, lasciando intatti (ma lucidi) soltanto i vari scaffali della mia libreria e la mia Parigi in miniatura.
Drying up in conversation, you will be the one who cannot talk.
All your insides fall to pieces, you just sit there wishing you could still make love...
Con energia vagamente sfumata di rabbia, ho strappato via tutto quello che ancora mi faceva male dentro, tutto quello che era sfacciatamente rimasto attaccato in me.
You broke another mirror; you're turning into something you are not...
Ho lacerato il mio passato. Mi sono lacerata. E non senza una punta di amara soddisfazione.
It's the best thing that you've ever had; the best thing you've had has gone away...
E ho pianto.
It's the best thing that you've ever had; the best thing you've had has gone away.
Mi sembrava di aver retto troppo, per i miei standard.
Una lacrima e un sorriso. # Vorrei poter stringere # i miei amici, # e dirgli che... # li amo, # li amo # come li ho sempre amati # e # come non li ho mai amati.
C'era un tempo lo squisito dolore, mentre ora c'è solo uno squallido dolore.
C'è forse un infimo piano di Zeus dietro queste persone, e noi eravamo soltanto i mezzi che autorizzavano la sua vendetta?
Pensateci bene: hanno la presunzione di pensare di bastarsi da soli, ma... è vero? È possibile?
Se è vero che siamo stati divisi a metà in tempi mitici, e proprio da Zeus per le sue paure, è ovvio anche che certa strafottenza rappresentava un palese peccato di hybris.
Queste persone rifiutano e rifiuteranno esseri speciali, alcuni magari fenomenali, ma sappiamo bene che cadranno, e sarà per esseri banali, usuali e comuni.
Cos'hanno slavate ochette e scipiti casalinghi che noi, persone interessanti, divertenti, stuzzicanti, non abbiamo?
Loro in verità riescono lì dove falliamo, e senza nemmeno rendersene conto, eletti più che elettivi, si sono trovati addosso uno charm che in verità è proprio soltanto di tutte quelle persone che sono venute prima, ma in più hanno qualcosa di non trascurabile: i freni.
Si, perché nell'essere estremamente banali e opposti al canone che si penserebbe per queste persone, rappresentano esattamente la cura per "far mettere la testa apposto": i freni della loro tracotante ostinazione nel credersi necessari e sufficienti per se stessi.
Ci si potrebbe quasi arrovellare sul fatto che questi Narcisi sono caduti nella trappola da cui noi disperatamente cerchiamo di fuggire: la banalità. Loro ci cadono, e noi possiamo chiederci perché non siamo stati banali per loro. Poi però prevale la delusione di vedere questo rubacuori o questa femme fatale denudato in tutta la sua reale banalità.
Quasi ci spaventiamo, e ci rendiamo conto che siamo caduti anche noi nella trappola della banalità mascherata da fatale sensualità dei modi e dei verbi. Questo non ci consola, e magari passa il dolore, ma non lo squallore.
La sera, passeggiando per le vie affollate di questa città, della mia atroce città, mi sono sentita improvvisamente vuota.
Come se tutto quello che ho costruito nella mia vita fosse stato spazzato via all'improvviso, lasciando solo una cornice di polvere.
Sentivo dentro di loro qualcosa di comune, caldo... indigeno: era il Brasile.
Camminavamo insieme, stanchi dell'ennesima attesa alla fermata del tram.
- E quindi ti piace Milano?
- Bhe si, mi piace, ho conosciuto un sacco di gente, sto facendo tante cose anche se...
Mimo un gesto vicino al petto, loro capisco.
È squisito l'accento portoghese sull'italiano:
- Dai, non ti preoccupare...
Arriva anche il tram dietro di noi, eravamo vicinissimi alla prima fermata utile per prenderlo e saliamo.
Continuiamo a parlare, e parlare.
Ed è così che capii che non tutti a mali vengono per nuocere, e talvolta qualcosa di minimo e piacevolissimo può avvenire all'1 di notte, nell'attesa di un tram.
C'era qualcosa di strano in quel dialogo. I due personaggi non riuscivano a comunicare se non tramite gli oggetti di quella casa da loro stessi spartanamente arredata.
Nella camera da letto, accanto alla porta il letto matrimoniale con due comodini, e nella parete di fronte due tolette, una all'estrema destra e l'altra all'estrema sinistra. Nella parete alla sinistra della porta: una grande finestra, con la serranda abbassata, e filtrava la poca luce dell'alba, e nella parete opposta le porte di ingresso del bagno e della cabina armadio, una scrivania e due riproduzioni: la Giuditta e il Bacio di Klimt.
Due orologi, uno per ogni comodino, ma segnavano orari diversi: uno, quello posto nel comodino di destra rispetto alla porta, era di ben un'ora indietro rispetto all'altro.
Seduto sul letto, anzi: semplicemente adagiato, parla alla candela:
"Il tempo vola, il tempo divora le cose"
Seduto sulla toletta, guardando attentamente lo specchio, dopo un po' risponde:
"Verrà il buio, e scompariremo"
Sposta un po' a destra la candela che aveva spento da poco e che si trovava su quella toletta.
Osservando intensamente il fuoco della candela, si alza dal letto e dice:
"La mia candela durerà ancora a lungo"
Si sposta dalla toletta, si avvicina all'orologio sul comodino di destra, prende l'orologio ed a questo risponde: "Finirà prima delle 10".
Tocca la cera che si andava solidificando sul bordo:
"Vale la pena che si sciolga"
Lasciano entrambi candela ed orologio. L'ultimo a parlare si avvicina alla serranda, e la chiude completamente. L'altro intanto si reca nella cabina armadio. Ne uscirà in abiti formali, si riavvicina alla toletta.
L'altro riprende la candela: "Quanto illumina"
Ma l'altro non poteva rispondere senza vedere il suo specchio.
L'altro continua: "Porto il mezzo della tua vanità"
Può vedersi ora allo specchio, possono entrambi: impugna anche lui la candela, e guarda l'altro allo specchio:
"Noi Possiamo.
Possiamo vederci ora."
Finalmente gli sguardi si incrociano nei loro riflessi speculari: "Sono quasi le 10"
Soffia sulla candela.
Buio.